SOCIAL WELFARE II

Nella prima parte dell’articolo, abbiamo dimostrato, in base all’analisi teorica dei diversi standard di riferimento, come non esista una corretta funzione di SW. Si presuppongono, in ognuno dei diversi standard, controlli di tipo ex-post, andando quindi ad ignorare l’applicabilità del principio di prevenzione. Ciò nonostante gli economisti fanno le loro valutazioni socio-ambientali proprio sulla base del benessere sociale (somma delle utilità individuali), determinando il concetto di corretto livello di inquinamento in dipendenza allo standard utilizzato. Ma quanto costa una montagna? Che valore economico è attribuibile al mare? Abbiamo evidenziato che l’utilità diminuisce al crescere dell’inquinamento, vi è dunque un trade-off tra crescita dei consumi e qualità ambientale, per cui non è possibile crescere senza sostenere un certo inquinamento. Ad oggi si enfatizza la crescita dei consumi e si sottovaluta la qualità ambientale, ciò perché quest’ultimo aspetto prevede costose rinunce e cambiamenti in ambito produttivo e non solo. Si viene così a creare un dibattito, oltre che economico, legato all’eticità della questione. Per gli economisti neoclassici è la normativa che ha l’onore di occuparsi del binomio profitto-ambiente, alleggerendo gli individui da ogni responsabilità, tuttavia la regolamentazione interviene di solito a seguito del verificarsi delle problematiche (abbiamo ancora un’azione di tipo ex- post). Non a caso infatti ci si trova dinanzi a disastri ecologici prima che qualcosa si smuova, si riesce ad attirare l’attenzione sulle condizioni ambientali solo a seguito di tragici, a volte irrimediabili accadimenti. Di etico in questo meccanismo non c’è nulla, o molto poco, fare qualità significa fare le cose bene la prima volta e ciò è possibile solo attraverso l’utilizzo costante del principio di prevenzione. Va inoltre sottolineato che l’etica, per quanto presupposto necessario della normativa, dovrebbe appartenere, a prescindere dalla legge formale, al genere umano in quanto tale. In effetti, sempre secondo il filone neoclassico, l’utilitarismo vede la felicità dell’uomo associata al possesso di beni materiali e dunque l’ambiente si presenta come mezzo per ottenere i propri scopi. Questa visione, di tipo antropocentrica, si contrappone al Biocentrismo, il quale mette in stretta relazione il malessere sociale ai problemi di tipo ambientale. Il benessere sociale, e con esso, la salvaguardia dell’ecosistema, in questo caso, è possibile solo attraverso il ripristino del connubio tra natura e uomo (il quale viene genericamente fatto rientrare nella più ampia categoria animale).

Sia nel caso della scuola di pensiero neoclassica che in quella del Biocentrismo, siamo dinanzi a estremismi che si presentano inattuabili dalla società odierna. Per raggiungere la consapevolezza che attuare azioni meno dannose sull’ambiente assicura maggiore benessere (a mio parere associabile innanzitutto al concetto di salute) sociale è sufficiente fare riferimento ai dati statistici di riferimento che ogni anno vengono raccolti. In Italia, ogni anno, vengono contati più di 85.000 decessi a causa dell’inquinamento e, più si va avanti, meno questi dati tendono a migliorare. Trovare il giusto equilibrio tra evoluzione tecnologica e sostenibilità è oggi una priorità a cui non si può voltare faccia. Bisogna dunque indirizzare il progresso non solo a continui aumenti dei profitti ma anche a tutela delle generazioni odierne e future. La salute viene prima di tutto, e fin qui siamo d’accordo, è una delle frasi convenzionalmente più utilizzate, ma quanto effettivamente ne pretendiamo la tutela? È dalle piccole cose che si inizia, se ad oggi vi sono aziende che stanno apportando modifiche nei propri processi produttivi è perché qualcuno si è preso carico della difficile impresa di sensibilizzazione. Aspettare che siano sempre gli altri a fare qualcosa è una concezione non più condivisibile, un domani ci saranno i figli di tutti ad occupare il pianeta. Imprecare contro le grandi multinazionali petrolifere non ha senso se comunque quotidianamente contribuiamo alla loro sopravvivenza. Problema rilevante è, infatti, l’usanza comune della dissociazione spontanea del concetto di salute da quello dell’inquinamento, ciò in quanto non vi è un effetto ben definibile ed individuabile alla macro causa dell’inquinamento.

A partire dalla raccolta differenziata, e finendo con processi produttivi industriali a basso impatto ambientale, bisogna adottare soluzioni responsabili che diano un vantaggio a chi sceglie di schierarsi, attraverso il proprio contributo, dalla parte della sostenibilità e che spingano gli altri ad imitare i primi.


Alessandra Longo