Social welfare I

Il social welfare, più facilmente riscontrabile negli articoli e nei titoli al telegiornale, non è altro che il benessere sociale. Nella concezione classica, su cui si basano le istituzioni, tale nozione è data dalla somma delle utilità dei singoli individui, indipendentemente dagli squilibri esistenti nel sistema economico che trovano penalizzati molti soggetti a discapito dell’eccessiva ricchezza di altri. Per rendere tale concetto più comprensibile è sufficiente analizzarlo grazie all’aiuto di una semplicissima funzione matematica:

SW= f [utilità I soggetto (+ beni di consumo; - inquinamento) + utilità II soggetto (+beni di consumo; - inquinamento)]

Il social welfare è dunque in funzione dell’utilità dei diversi individui sommati tra loro, a prescindere dal diverso impatto che generano nella società. Un maggior chiarimento può esser dato dalla contestualizzazione di quanto appena detto. Nell’ottica del libero mercato, quindi, il ricco continua ad arricchirsi e il povero dovrebbe anch’egli divenire più facoltoso (ciò purtroppo non si verifica).

Altro fattore da esplicitare all’interno della funzione è l’inquinamento; la rappresentazione matematica ne fa una concettualizzazione molto elementare. Posto che un soggetto, ad esempio, vive nei pressi di una zona industriale, subirà danni alla salute che si tramuteranno in un abbassamento del proprio benessere sociale (parte del proprio salario reale sarà infatti destinato alle cure necessarie per le problematiche legate all’inquinamento, ammesso che non si parli di malattie incurabili). L’inquinamento sarà dunque inversamente proporzionale alla funzione di utilità, la crescita dei consumi e la qualità ambientale si propongono così come un trade off inevitabile della società odierna. Gli economisti valutano tale relazione sulla base del concetto del corretto livello di inquinamento individuato sulla base di tre standard riconosciuti.

1.   Lo standard di efficienza, di stampo neoclassico, esplicita la necessità di massimizzare i benefici netti, minimizzando i costi. Questa prima ipotesi non è sostenibile nel lungo periodo in quanto genera degradazione delle risorse naturali, disequilibrio dei redditi, mancate garanzie per le generazioni future, mancata protezione per coloro che sono esposti al danno ambientale.

Altro problema dei criteri di efficienza è che richiedono la conoscenza dei consumi di tutti i soggetti per poter monitorare l’inquinamento (ciò si dimostra umanamente impossibile).

2.   Lo standard di sostenibilità ha come obiettivo prevalente la salvaguardia delle generazioni future. In tale ottica il social welfare non aumenta se s’incrementano i consumi oggi, in quanto si denigra la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni. Per rendere più semplice il concetto basta supporre che nella funzione analizzata prima venga inserita la funzione di utilità di un soggetto che ancora non è nato (in rappresentanza appunto della generazione futura). Verrà inoltre introdotto un coefficiente che vada a garantire che l’aumento dei consumi degli altri individui non vadano a penalizzare il livello di vita del nuovo soggetto (generazione futura) introdotto nella funzione.

Come nel caso precedente, anche qui la concezione si presenta lacunosa data l’impossibilità di stabilire i consumi odierni, l’evoluzione della generazione nel brevissimo periodo e analogamente la consistenza numerica delle nuove nascite.

3.   Lo standard di sicurezza è invece il frutto degli economisti ecologici che intendono garantire maggiore qualità e tutela ambientale, prevedendo una disciplina più rigida e controllata in materia. I valori portati avanti secondo questa visione garantiscono ad ogni individuo la protezione dai danni ambientali, rifacendosi ad un indicatore di equilibrio sull’inquinamento. Anche in questo caso vengono mosse delle critiche legate al fatto che si presuppongono, a supporto della tutela ambientale, controlli ex post (successivi agli effetti) con la mancata applicazione di prevenzione.

 

Alessandra Longo