Piccoli gioielli d’Arte: la chiesa di S. Lucia

La bellezza straordinaria dell’Italia ha fondamento non solo su importanti panorami naturalistici, sui monumenti storici delle grandi città e sulle eccellenze dal punto di vista artistico e culinario ma anche sulle piccole ricchezze che ogni paese nasconde. Non è qualcosa di scontato, si tratta di tesori di cui spesso solo qualcuno dei nativi del posto ha notizia e che col tempo rischiano di cadere nel dimenticatoio.

Parlando proprio di piccoli gioielli artistici, all’interno del caratteristico borgo di Faicchio nel beneventano, si riesce a scorgere un patrimonio ricco di storia e arte. Questa volta non parliamo del castello o delle mura megalitiche, architetture spesso raccontate, ma di una piccola e remota chiesa nascosta in fondo ad un vicoletto: quella di Santa Lucia.

La costruzione avvenne nel XVIII secolo per dare una dimora ad una confraternita allora nascente, infatti, il vero nome dell’edificio sacro è proprio “Chiesa della Venerabile Confraternita dei 7 dolori”. Bisogna tener presente che siamo nel periodo della controriforma e la Chiesa vuole recuperare potere, anche attraverso la fondazione di  congregazioni. Una di queste, voluta da Domenico Antonio Petrucci, il cui programma era “Religione, buon costume, amore fraterno”, nacque proprio a Faicchio e ottenne la prima bolla di autorizzazione da Roma nel 1681. Tuttavia, passarono diversi anni e si ebbero molti ostacoli prima della effettiva fondazione della congrega e della costruzione della chiesa annessa.

Una data precisa potrebbe essere quella incisa sul portale architravato da cui si accede all’edificio sacro: i resti di un’incisione recano la data del 1720 o 1770. Comunque, oltre al portale, la semplicità della  facciata  è arricchita da coppie di lesene (mezze colonne senza funzione strutturale ma solo decorativa), che la suddividono in tre parti ospitanti nicchie che dovevano contenere delle sculture di santi cari alla confraternita, mai arrivate. Il prospetto termina, poi, con un timpano triangolare.

E’ possibile accedere alla chiesa utilizzando una di quelle pesanti chiavi di metallo, lunghe quanto il braccio di un bambino, e, facendo un paio di giri nella serratura, le porte lasciano finalmente intravedere l’interno della chiesa. La sorpresa è enorme: l’oro e i colori intensi balzano subito all’occhio per raccontare una serie di episodi sacri con cui le mura sono state riccamente decorate. E’ un tardo barocco molto incisivo che definisce questo edificio religioso costituito da una modesta aula rettangolare, a unica navata, senza colonne che suddividano lo spazio.

Nel fondo, l’abside ospita l’unico altare, realizzato con marmi policromi, e diverse nicchie che riprendono quelle in facciata, questa volta piene. Nella nicchia centrale vi è la statua dell’Addolorata, principale venerazione della congrega, ad opera del cerretese Silvestre Iacobelli (1756), poi quella di S. Antonio, dell’Immacolata, di Tobia e S. Raffaele, ricordando l’affascinante storia biblica dell’arcangelo protettore dell’amore e, infine, la statua di S. Lucia del napoletano Antonio Tafuri (1810), santa molto venerata nel paese e nei dintorni, tanto che la tradizione popolare ormai identifica con essa la chiesa. A quest’ultima scultura è legata anche una piccola leggenda. Si dice che l’artista, inorgoglito dalle lodi ricevute, decise di non vendere più la propria opera ma fu costretto a cederla per un contratto precedentemente firmato, dunque, per dispetto la concesse con un puttino mancante che rovinava in questo modo la composizione. Quindi si dovette chiamare un secondo artista per completarla. Secondo alcune fonti nell’abside c’erano anche delle tele, andate perse, sicuramente una raffigurante il bellissimo Cristo spirante, oggetto di contesa di vescovi, e una seconda tela raffigurante S. Lucia e la Vergine Addolorata, le protagoniste di questa chiesa.

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Come accennato, la particolarità di questa architettura sono le pareti laterali. Sono talmente ricche di arte che per ben descriverle bisognerebbe tracciare delle linee immaginarie che vadano a definire tre fasce orizzontali. La prima in basso accoglie i pregevoli stalli lignei, sedili per i congregati, opera del 1776 di Pasquale Pece di Rocca Romana. Questi sono pieni di bassorilievi e intagli finissimi con decori e doratura e, ad eccezione dell’abside, seguono tutto il perimetro della navata, terminando col pulpito a inizio presbiterio. Inoltre, la balaustra a mo’ di balcone curvilineo sporgente definisce il posto del priore ed i suoi collaboratori.

La fascia intermedia delle pareti presenta il primo registro di affreschi sui dolori di Maria: da sinistra verso destra partendo dall’altare, la profezia di Samuele, la fuga in Egitto, la perdita di Gesù nel tempio, l’incontro di Maria e Gesù al Calvario, Maria ai piedi della croce, la deposizione, la sepoltura di Gesù. Si ignora l’autore di tali raffigurazioni ma si parla di un esponente dell’importantissima scuola di Luca Giordano. Ogni scena evangelica, inoltre, è definita da una cornice a rilievo di stucco dorato e separata dall’altro affresco con una lesena scanalata corinzia. C’è una perfetta simmetria poiché i primi tre dolori (quelli con Gesù ancora bambino) si trovano a sinistra dell’altare e gli ultimi tre (Gesù in età adulta) sulla parete prospiciente. Il quarto era collocato centralmente al soffitto ma a causa di terremoti e umidità andò perso e nel 1867 Andrea Palmieri, cultore di disegno e matematica, ne donò uno sostitutivo sotto l’organo ligneo, dove prima era presente il simbolo della congrega (cuore trafitto da sette spade).

La fascia superiore reca, invece, il secondo registro di affreschi ricollegabili alle gioie di Maria, anche se non quelle canoniche del culto, piuttosto degli episodi felici della vita della Vergine. In ordine, nel verso contrario agli affreschi precedenti, l’annunciazione, la nascita di Maria, la presentazione di Maria al tempio, l’Immacolata concezione, il ritorno dalla fuga in Egitto, l’entrata di Maria nel tempio e Maria Assunta in cielo. Qui le cornici e le colonne sono presenti non più in 3D ma ricreate con la tecnica del “trompé-oeil”. Tra i pittori e i decoratori che vi lavorarono si ricorda il napoletano Giuseppe Sodi, il beneventano Filippo Greco, Felice Ayr, Saverio Cinello e altri da Piedimonte e Caiazzo.
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Esiste, infine, anche un ambiente ipogeo, accessibile anticamente dalla confraternita per il culto dei morti e ha l’ingresso dalla strada retrostante mediante portale ottocentesco di ispirazione neomedievale con arco trilobato. Probabilmente proprio per questo ruolo cimiteriale o per la funzione di accoglienza che svolse per pellegrini e poveri (essendo contigua alle case confinanti con l’ospedale di accoglienza dell’antica chiesa di S. Giorgio), S. Lucia ha una posizione più ai margini dell’abitato, rispetto ad altri edifici religiosi del paese, ma non per questo presenta minor valore e pregio. E attraverso queste poche righe si è cercato di farlo apprezzare anche se ci sarebbe tanto altro da raccontare e scoprire ad ogni visita della chiesa.    



Giusy Cusano