L’omosessualità

Nel 1975, Money e Tucker nel loro volume “Essere uomo, essere donna” consideravano l’omosessualità, il travestitismo e il transessualismo come problemi psicosessuali in quanto le loro manifestazioni riguardano il livello psicologico e il comportamento. Bisogna però evidenziare che nel 1974 l’omosessualità viene esclusa dal DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) ed inizia ad essere considerata come una variante del comportamento sessuale umano.

Il comportamento omosessuale è stato sempre connotato in quanto espressione di una devianza o una malattia e questo ha stoicamente determinato un isolamento sociale delle persone omosessuali. Gli studi sull’omosessualità inizialmente sono stati rivolti alla comprensione dell’eziologia del comportamento omosessuale (Freud, 1905; Bergler, 1956; Lowen, 1965); successivamente hanno focalizzato l’attenzione sull’esame comparativo tra i comportamenti omo ed eterosessuai (Master e Johnson, 1979) e tra funzionamenti di coppia omo ed eterosessuali (Zacks et al., 1988). Nonostante gli studi non abbiano confermato l’esistenza di particolari patologie concomitanti o predisponenti, continua a permanere, all’interno della nostra cultura, il connubio omosessualità-comportamento deviante. L’omosessualità è, dunque, l’orientamento sessuale di un individuo verso persone del suo stesso sesso espresso in attrazione, imaginario erotico, ed esperienza socio-sessuale. Omosessuale, quindi, è colui che ha “un’attrazione erotica predominante verso altri individui dello stesso sesso”, ma anche colui che ha contatti omosessuali e che, a causa delle pressioni sociali ipercritiche, a causa di un conflitto intrapsichico, o a causa di entrambi questi elementi, è incapace di accettare di essere gay/lesbica. Le fantasie sessuali di questi soggetti sono interamente o quasi, rivolte a soggetti dello stesso sesso e sono tali sin dall’infanzia.

Dott.ssa Monica Bellofiore

Psicologa-Psicoterapeuta sistemico-relazionale

Consulente in sessuologia clinica