La violenza sulle donne è una questione maschile, altro che femminile

Per carità, lo so anch’io: non tutti gli uomini sono bastardi. Ma nell’Italia delle donne ammazzate, violentate, abusate, una riflessione profonda sulla condizione maschile, sulla concezione del maschile, non è più procrastinabile. È indispensabile. È urgente. E non può che riguardare tutti gli uomini, i maschi: nessuno escluso. Quindi Gli uomini sono bastardi.
Lo sono perché di fronte a tutto ciò che sta accadendo nel mondo, alle denunce pubbliche su abusi e molestie subite da molte donne che lavorano nel mondo dello spettacolo, del giornalismo, della televisione, della politica, delle grandi e piccole imprese, spesso preferiscono mettere la testa sotto la sabbia, fare gli struzzi.
Lo sono perché mentre lo scandalo portato alla luce dal movimento #MeToo investe perfino l’Accademia di Svezia, costretta alla decisione storica di sospendere l’assegnazione del Nobel per la letteratura, dalle nostre parti il più delle volte si sceglie la strategia delle tre scimmiette, quelle che mai vedono, poco sentono e ancora meno parlano.
Lo sono perché piuttosto che prendere atto di un urlo - di disagio, di dolore, di rabbia - che si leva dall’universo femminile, e capire che bisogna spostare la linea dell’equilibrio e del rispetto, e che ciò che ci sembrava perfetto fino a ieri evidentemente lo era solo per noi, reagiscono nel più patetico dei modi: lagnando la fine del gioco della seduzione e del corteggiamento, o evocando la prostituta che è dentro ciascuna (e ciascuno), come tanti piccoli Freud d’accatto.Perché, come sentenzia colui che un tempo era un provocatore visionario mentre oggi si atteggia a oscurantista imam della comunicazione, ovvero Oliviero Toscani: «Le prime a fare schifo sono le donne, tutte troie, preferiscono puntare sulla bellezza anziché sull’intelligenza. Le donne non devono truccarsi, mettersi il rossetto, devono volersi bene per quello che sono, devono essere più sobrie. Diano importanza all’essere più che al sembrare». Chi tappezzò l’Italia con i cartelloni dei jeans Jesus, quelli con l’immagine di un sedere strizzato in pantaloni più piccoli di due taglie e il messaggio casto e puro del «Chi mi ama mi segua», oggi punta dritto il dito contro chi è stato morsicato invece che verso il piranha. 

Hai accettato un passaggio in piena notte da due carabinieri in divisa, che ti hanno portato a casa con l’auto di servizio e ti hanno violentata nell’androne, in ascensore, per le scale? Beh, quelli erano carabinieri, quindi non posso proprio dire che te la sei cercata, però mi devi perlomeno delle spiegazioni. E allora voglio proprio sapere, e te le chiedo in aula, davanti al giudice: indossavi le mutandine quella sera? Hai lottato? Hai provato a respingerlo? Trovi sexy il carabiniere che stai accusando di averti violentata? Hai precedenti penali? Hai già subito altri stupri? Qui c’è di mezzo la carne, e con il richiamo della carne non si scherza. Dimostrami che avevi una pistola puntata addosso mentre venivi stuprata, e solo allora sarai credibile.Ecco perché davanti a ogni donna violentata il primo pensiero va invariabilmente alle sue abitudini, alle frequentazioni, all’abbigliamento. Eri dentro un parco in piena notte? Te la sei cercata. Avevi pure bevuto e stavi in compagnia di un extracomunitario? Te la sei cercata due volte, e ti meriti pure la bacchettata del don Guidotti di turno. È colpa tua. Lo stupratore, il violento, sono fenomeni naturali, atavici, consolidati. Il problema è nella tua ingenuità o nella tua incoscienza. La tua imprudenza è più grave della violenza. Eri in piazza di notte a Capodanno, in mezzo a uomini presumibilmente ubriachi? Te la sei cercata, li hai provocati per il solo fatto di andare in giro a quell’ora. Eri pure mezza nuda, agghindata in modo sconveniente, con le gambe di fuori, addirittura profumata. No, non hai scusanti. Non eri nuda ma avevi il rossetto ed eri truccata? Te la sei cercata ancora una volta.

Adesso basta. Non possiamo più permetterci l’ipocrisia dei distinguo. Siamo tutti dentro, nessuno escluso. È una questione maschile, altro che femminile.

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Carmelo Abbate