Il divario in Italia: problema storico o economico?

Problema divenuto ormai patologico in Italia è il sostanziale distacco tra nord e sud. Sappiamo che la disoccupazione nel Mezzogiorno è molto più accentuata che al settentrione, l'economia meno sviluppata, i servizi pubblici meno efficienti e una mentalità, ahimè, parecchio più arretrata. Numerosi dati vengono riportati dall'ISTAT e da altri istituti che periodicamente ci ricordano che il nostro Paese presenta sostanziali differenze tra le due metà dello stivale. Trovare una spiegazione è possibile, bisogna però tornare alle origini. Spostandoci sulla linea del tempo si torna indietro negli anni fino al XIX secolo quando diverse organizzazioni agricole caratterizzavano il panorama italiano. Innanzitutto va premesso che la popolazione italiana era di appena 18 milioni di individui, di cui il 55% rappresentava la classe rurale. Tra la massa contadina caratterizzante il Paese vi erano differenziazioni notevoli, il sud era principalmente latifondista, al centro prevaleva la mezzadria e al nord si era già sviluppata la piccola proprietà terriera. Questa fase storica è fondamentale per comprendere l'evoluzione economica a seguire, fino ai giorni nostri.

Il meridione, caratterizzato dal latifondo, presentava una struttura gerarchica rigida, al vertice il proprietario terriero e subito al suo cospetto i contadini, costretti al duro lavoro nei campi per assicurarsi la sopravvivenza. La totale assenza della moneta come forma di pagamento era sostituita dalla retribuzione in natura. Gli operai venivano retribuiti con gli stessi prodotti da loro coltivati, ricevendo soltanto lo stretto necessario per vivere. Si trattava di una configurazione retributiva standard, nessun tipo di stimolo che spingesse l'operaio a potenziare il proprio lavoro. Con parole prese in prestito dai giorni nostri, possiamo definire l'attività dei lavoratori mal retribuita e poco incentivata. Ciò provocava nei contadini scarsa motivazione, in quanto consapevoli di essere sfruttati senza possibilità di miglioramento delle proprie condizioni.

Il centro Italia, al contrario, presentava un piano di incentivi basato sull'eventualità dei contadini di potenziare il proprio stile di vita grazie a un maggior risultato lavorativo. Bracciante e proprietario dividevano i frutti dei raccolti in parti eque. Il contadino sapeva che maggiore sarebbe stato il suo sforzo, migliore sarebbe stata la retribuzione (in natura).

È evidente già dalle due prime organizzazioni agricole quanto la mentalità del lavoratore del sud variava dall'ottica del contadino proveniente dalle regioni del centro. Il lavoratore del sud, passivo e insoddisfatto era nel secondo caso un uomo capace di dare il massimo per migliorare la propria situazione, attivo e consapevole delle proprie potenzialità.

Spostandoci al nord troviamo una situazione del tutto diversa, la piccola proprietà agricola era già l'impostazione predominante, il proprietario del terreno coincideva con il conduttore, la gestione del terreno era sotto lo stretto controllo di un'unica persona. Ciò spingeva l'imprenditore ad adottare una visione capitalista delle cose e ad indirizzarlo all'innovazione e a nuovi investimenti. La massimizzazione del valore era il motore delle scelte dell'imprenditore. Per quanto riguarda i nuovi investimenti e le innovazioni erano dettate dalla necessità di attuazione delle economie di scala (diminuzione del costo unitario all'aumentare delle unità prodotte) attraverso un allargamento dimensionale. Per innovazioni si intendono soprattutto miglioramenti processuali che potenziavano la produttività, minimizzavano i costi e le tempistiche.

A parte differenze geografiche, dettate delle diverse condizioni climatiche che si sostanziavano in maniera molto più evidente di ora, erano le distinzioni gerarchiche del ceto contadino nelle diverse aree dell'Italia a stabilire il divario tra settentrione e meridione, incidendo diversamente sullo stile di vita degli italiani.

Tornando ai giorni nostri è evidente quanto l'impatto del passato abbia condizionato la situazione odierna. Al nord si ha un panorama fortemente industrializzato, dove l'uomo, grazie ad un approccio innovatore è riuscito a costruirsi una realtà di gran lunga più avanzata, diversamente dal meridione che, nonostante le potenzialità territoriali, non ha acquisito quell'approccio necessario al pieno sfruttamento di esse.

Facendo il punto della situazione è chiaro come ad un'arretratezza economica corrisponde un altrettanto "ritardo" del progresso, con una minor propensione al rischio dell'individuo del sud, caratteristica dello spirito imprenditoriale. La storia ci insegna che diverse circostanze hanno caratterizzato il nostro Paese, iniziando dalle differenze climatiche e finendo nelle tecniche lavorative. Col tempo queste divergenze si sono accentuate fino a creare un distacco inizialmente territoriale e in fine, seppur con l'Unione d'Italia, ideologico.

Alessandra Longo

Fonte: L'Altra Voce