Gioia Sannitica: storia e cultura

Gioia Sannitica si estende ai piedi del Matese, ad una altezza di circa 250 metri, in una posizione panoramica eccellente, adagiandosi dalle pendici del Monte Erbano e del Monte Monaco fino alla piana del Volturno. In questa zona, attraversata dall’antica strada che collegava Telese con Piedimonte, si è sviluppato l’agglomerato urbano, caratterizzato da vari nuclei abitativi (Gioia centro, Curti, Criscia, Caselle, Auduni, Calvisi, Madonna del Bagno, Carattano), collocati a diversa altitudine. Tali insediamenti sono dominati dai ruderi del castello, posto su un’altura a circa 560 m. slm.

CENNI STORICI

Non ci sono notizie certe sulla nascita di Gioia Sannitica, ma si hanno tracce di una frequentazione del sito già in età preistorica, e soprattutto in quella sannitica e romana. Gioia si trova infatti sull’antico confine tra i distretti delle città sannitiche e poi romane di Allifae e Telesia; la vicinanza geografica con il sito fortificato di Faicchio (forse l’antica città sannita di Phistelia) induce a ritenere quasi certo che Gioia ne ricadesse a quell’epoca sotto il suo controllo. A questo periodo (fine IV- inizi III secolo a.C.) si riferiscono i resti di un abitato e di una necropoli tra Carattano e Calvisi. Alcuni ritrovamenti di età romana (iscrizioni funerarie, monete, frammenti lapidei, necropoli, resti del ponte degli Anicii) testimoniano la vita del sito dall’epoca repubblicana a quella tardo antica. D’altra parte, anche il toponimo “Gioia” sembra avere radici in questo periodo più antico, e pare sia riferibile ad una divinità del cielo, Iovia (cioè “celeste, del cielo”, in contrapposizione ad Urania, cioè “sotterranea, pertinente agli inferi”), cui forse era dedicato un luogo di culto.

Con la caduta dell’Impero romano tutta l’Italia fu interessata dal fenomeno delle invasioni barbariche, e anche in questo territorio si susseguirono le incursioni dei Longobardi prima, dei Saraceni e dei Franchi poi. Al periodo longobardo risalirebbe lo sviluppo della frazione Curti (il cui toponimo, derivante da curtes, significa “fattoria”) e la nascita del culto di S. Michele Arcangelo, venerato in grotte o chiese rupestri, una delle quali è ancora oggi esistente nella frazione. Con l’arrivo dei Normanni, Gioia divenne una baronia e, sopra un’altura che sovrasta il paese, fu costruito il Castello che ebbe il compito di difesa dalle scorrerie e dalle rappresaglie dei signori vicini. In questo periodo Gioia può identificarsi nel borgo posto intorno al castello e nei casali circostanti (Comestella, S. Maria del Bagno, Carattano). Il centro fortificato non fu però capace di attrarre in un unico polo tutta la popolazione, e anzi ebbe vita piuttosto breve.

Il terremoto del 1456, che distrusse la vicina Telesia, danneggiò molto probabilmente le strutture del palazzo, e spinse i suoi abitanti ad abbandonarlo e a trasferirsi ad una quota più bassa. Il feudo di Gioia sopravvisse ancora a lungo: all’inizio del XVI secolo è attestata infatti la costruzione della dimora signorile da parte dei conti Gaetani d’Aragona. Costoro nel 1530, in seguito alla vittoria riportata dagli Spagnoli sui Francesi a Gaeta, furono privati del feudo, che quindi nel 1532 fu concesso da Carlo V al cavaliere spagnolo Ugo Villalumo, il quale lo rivendette due anni più tardi al duca Gabriele Barone.

Il territorio succedette per quattro generazioni ai Barone e l’ultimo di essi, nel 1643, vendette i suoi diritti ad Alfonso II Gaetani d’Aragona. A quell’epoca Gioia era un fiorente centro, capace di avere una fiera commerciale.

Durante il periodo borbonico, nel 1857, fu costruita la strada Sannitica che collegava Piedimonte con Telese; questo nuovo percorso viario fece estendere le case verso l’attuale zona del Municipio.

Con l’Unità d’Italia, il 10 Ottobre 1862 il Re Vittorio Emanuele II aggiunse al nome Gioia il connotativo Sannitica.

Il Castello di Gioia, risalente all’età normanna (XI- XII sec), fu edificato in loc. Caselle su un colle che domina la valle. Qui si sono mantenute le tracce di un borgo fortificato tra i meglio conservati in Campania, dal momento che, dopo il suo abbandono, avvenuto presumibilmente verso la metà del XV sec, non fu più rioccupato.

Il borgo è difeso sul lato nord da una cortina muraria molto semplice, mentre sugli altri lati si sfruttarono al massimo le difese naturali. La cinta è costituita da pietre calcaree legate con malta, e presenta soltanto una torre semicircolare a nord-ovest, una a puntone ad est, seguita subito da un’altra più piccola semicircolare.

Le mura non presentano merlature sulla sommità e sono munite di strette feritoie. All’interno del borgo, verso est è un ampio spiazzo privo di costruzioni, dominato dalla torre centrale, che aveva funzioni difensive.

Il castello signorile si trova sulla sinistra rispetto all’ingresso ed è raggiungibile da uno stretto passaggio tra il mastio ed il dirupo meridionale. La residenza consta di un edificio a pianta trapezoidale, con cortile centrale su cui si aprono sei ambienti di diverse dimensioni, e di una poderosa torre cilindrica su base quadrangolare. Il palazzo si sviluppava su più livelli, come testimoniano i resti delle scalinate e le tracce di un grande camino al piano superiore.

Ad est del palazzo vi sono i resti di alcuni edifici, forse abitazioni o magazzini. Il grosso dell’abitato si estendeva però ad ovest dell’ingresso, dove si conservano numerosi piccoli ambienti rettangolari, addossati gli uni agli altri e separati da strade strette.

LA LEGGENDA DI ERBANINA

La presenza del castello e dei suoi ruderi ha fornito lo scenario ideale al sorgere di storie e leggende di dame e cavalieri. Una di queste, che si è tramandata fino a noi, racconta che il conte Ugo Villalumo, feudatario del castello, fosse sposato con una bella fanciulla di nome Erbanina. Questa, che in segreto, confezionava filtri e pozioni magiche, un giorno fu sorpresa dal marito a cospargersi il corpo con un unguento, che le permetteva di raggiungere in volo le compagne sotto il noce di Benevento. Il marito decise così di sostituire l’unguento con della comune sugna, e quando Erbanina fece per volare al sabba, precipitò giù dalla torre: il suo grido si sentì in tutta la contrada per oltre un mese, per poi scomparire lasciando il suo nome al vicino monte Erbano.

Alessandra Artuso