Destino, Fato, Karma e non-azione

E' possibile il libero arbitrio? 

Se facciamo riferimento alla nostra esperienza vissuta, il «libero arbitrio» si presenta come una facoltà legata alla possibilità di scegliere e di agire senza costrizioni (esterne o interne). In maniera ancor più significativa, il libero arbitrio appare in stretto rapporto con l'autonomia della volontà. Infatti, nessun individuo può considerarsi veramente libero se la sua volontà è determinata dalle condizioni esistenti a un dato istante. L'elemento essenziale, è che la libertà non è una modalità astratta di operare, ma è una facoltà che appartiene a un essere personale, capace di porsi come condizione o causa delle proprie azioni. Non essendo possibile avere libertà all'interno di processi automatici che si svolgono al di fuori della consapevolezza, ne consegue che la libertà si presenta in stretta connessione alla coscienza, poiché solo la coscienza, ovvero la capacità di rappresentare le conseguenze prevedibili di una data opzione, permette di riflettere su di essi, rendendo possibile ad ogni istante una modifica dei nostri orientamenti e del corso delle nostre azioni.

Il concetto di libero arbitrio si contrappone alle varie concezioni deterministiche secondo le quali la realtà è in qualche modo predeterminata (destino, fato), per cui gli individui non possono compiere scelte perché ogni loro azione è predeterminata prima della loro nascita (predestinazione).

Con «destino» o «fato» tradizionalmente ci si riferisce all'insieme di tutti gli eventi inevitabili che accadono in una linea temporale soggetta alla necessità. Può essere concepito come l'irresistibile potere o agente che determina il futuro, sia in termini generali concernente l'intero cosmo fino ad ogni singolo individuo. Il concetto è basato sul credo che esista un ordine naturale prefissato nell'universo.

Nella Grecia antica, il «Fato» era invincibile ed è personificato dalle tre Moire(chiamate Parche dai Romani). Figlie di Zeus e Temi, erano la personificazione del destino ineluttabile: Cloto, ( che in greco antico significa "io filo") che appunto filava lo stame della vita, Lachesi, (che significa "destino"), che lo svolgeva sul fuso ed Atropo, (che significa "inevitabile"), che, con lucide cesoie, lo recideva, inesorabile. Si tratta di tre donne dall'anziano aspetto che servono il regno dei morti, l'Ade: il sensibile distacco che si avverte da parte di queste figure e la loro totale indifferenza per la vita degli uomini accentuano e rappresentano perfettamente la mentalità fatalistica degli antichi greci. Esse agivano spesso contro la volontà di Zeus. Ma tutti gli dei erano tenuti all'obbedienza nei loro confronti, in quanto la loro esistenza garantiva l'ordine dell'universo, al quale anche gli dei erano soggetti.

La tragedia di Edipo è simbolica a riguardo: Edipo è un personaggio maledetto, eppure egli aveva fatto tutto il possibile  

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per evitare che la profezia si avverasse: aveva cambiato città e vita, ma ciò non era servito a nulla. In questa tragedia viene sviluppato il tema del conflitto tra predestinazione e libertà, tra volontà divina e responsabilità individuale. Viene presentata un’etica basata non sull’intenzionalità, ma sulla cecità del fato e sull’inesorabilità del castigo, che colpisce Edipo a prescindere dal fatto che questi abbia una qualche responsabilità (e in questo consiste, in effetti, l’aspetto più propriamente tragico della vicenda).

Nonostante i due termini siano usati in modo intercambiabile, il fato e il destino sono due concetti distinti.

Il fato è un potere o un agente che predetermina e ordina il corso degli avvenimenti, e che aggiunge ad essi un'aurea di sortilegio e di oscurità. Gli eventi sono ordinati o "pre-decisi" e sono messi in opera da una forza o intelligenza che ci trascende, che agisce su di noi, spesso per il peggio.

Il destino non ha alcuna delle connotazioni negative del fato. Il destino ha la stessa radice di "destinazione": destinare, dirigere qualcosa verso una data meta ("è destinato a diventare un capo"). Senza una voluta partecipazione del soggetto non c'è destino. (“ognuno è artefice del proprio destino”). Il destino non può essere costretto ad agire su qualcuno; se si viene costretti dalle circostanze, allora si tratta di fato. 

Se il fato è una conseguenza determinata da un agente esterno che agisce su una persona o su una entità, col destino l'entità partecipa attivamente alla conseguenza di un progetto che è direttamente correlato a sé stesso. La partecipazione accade in tutta coscienza.

Il fato è il contesto nel quale diamo forma al nostro destino. Il nostro destino, è quello che noi abbiamo deciso che sarebbe stato, prendendo direttamente parte agli avvenimenti. Noi abbiamo indirizzato le circostanze verso uno sviluppo stabilito e così facendo abbiamo determinato le circostanze future. Prendendo parte al nostro destino, noi diamo forma al fato.

In campo religioso il libero arbitrio implica che la divinità, per quanto onnipotente, scelga di non utilizzare il proprio potere per condizionare le scelte degli individui. Il concetto di libero arbitrio è molto dibattuto nell'ambito religioso in relazione all'onniscienza attribuita alla divinità nelle religioni monoteistiche. Esso è alla base della religione cattolica mentre risulta uno dei punti di contrasto con la religione luterana per la quale l'uomo non può in alcun modo agire per liberare la propria anima, mentre il cattolicesimo considera fondamentali le opere quanto le preghiere. Alla stessa idea del luteranesimo aderiva anche il calvinismo per il quale l'uomo è predestinato e per questo a niente servono le proprie opere e le proprie azioni, poiché l'elemento decisivo è solo la fede.

Ma vediamo come la pensano in proposito gli orientali: secondo il pensiero indiano, l'uomo è perfettamente padrone del proprio destino, e tutto ciò che accade nella sua vita è una conseguenza delle sue azioni presenti o passate. I buddhisti affermano l'esistenza della legge di causa-effetto, conosciuta anche come legge del karma (termine sanscrito che significa "azione"). Secondo questa legge, ogni pensiero e ogni azione hanno una inevitabile ripercussione che si manifesta in un tempo successivo sul soggetto che le ha messe in atto, attirando su di lui eventi o situazioni di identica qualità. Tali ripercussioni possono verificarsi nel corso della vita presente o in un'incarnazione successiva. Ciò che si è fatto in vite anteriori determina, nella vita successiva, le condizioni di base ma anche tutta una serie di eventi, incontri e predisposizioni. All'interno di questo contesto predeterminato, siamo liberi di intraprendere nuove iniziative che formeranno le condizioni di base delle vite successive.

Ciò che ci accade è quindi dovuto in parte a predestinazione (eventi inevitabili attirati da noi stessi con azioni compiute in vite anteriori) e in parte a libera scelta del momento. La legge del karma spiega molte cose: perché certe persone sono fortunate o sfortunate, perché certe si ammalano e altre no, perché si muore in un modo piuttosto che in un altro, perché accadono i "colpi di fulmine" e molto altro. Si tratta di un percorso molto ampio, i cui estremi, passato e futuro, s’intrecciano con il relativo presente. Questo presente è l’essenza stessa del libero arbitrio e, salvo apparenti eccezioni, in ogni momento si possono fare scelte consapevoli, partendo da quello che si trova “in situazione”. Si può decidere di abbandonarsi agli eventi, di collaborare con essi o di avversarli; ma si può anche decidere di essere al di fuori degli eventi. Il Karma, quindi, risulta essere un percorso formativo che dura diverse vite e che permette all’uomo di evolvere o meno in funzione del modo in cui egli usa il libero arbitrio.

In una situazione dipendente da fattori non causati dalla volontà diretta, l’uomo può decidere in quale modo affrontare l’evento. Ritornando alla tematica dell’accettazione costruttiva, l’uomo ha la possibilità di migliorare la situazione in cui viene a trovarsi ma sempre nei limiti delle sue reali possibilità. Spesso, purtroppo, gli capita di sottovalutare o sopravvalutare le proprie possibilità e, in entrambi i casi, finisce per peggiorare la situazione. Ecco perché diventa indispensabile il percorso della consapevolezza, in quanto permette di conoscersi fino al punto di affrontare la situazione, agendo nella maniera più consona possibile.

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Una delle derivazioni del concetto di predestinazione più ricca di conseguenze pratiche nella società cinese arcaica è stata quella del Mandato del Cielo ( 天命: Tiānmìng) un concetto tradizionale di sovranità utilizzato per legittimare e sostenere il regno dei sovrani della dinastia Zhou e successivamente delle dinastie imperiali della Cina. Secondo questo concetto, il cielo benediceva l'autorità del sovrano giusto e virtuoso conferendogli il mandato a regnare, ma poteva ritirare il mandato ad un sovrano corrotto e ingiusto, conferendolo ad un sovrano più meritevole. Cataclismi come alluvioni e carestie erano quindi interpretati come segni del ritiro del mandato da parte delle divinità.

Il Mandato non aveva limiti di tempo, ma richiedeva che il sovrano si comportasse in modo saggio e virtuoso. Un imperatore legittimo non doveva necessariamente essere di nascita nobile; in effetti potenti dinastie come gli Han e i Ming furono fondate da uomini di nascita comune.

Il «Mandato del Cielo» è un concetto simile al principio europeo del «diritto divino» dei re, che legittimava il potere monarchico in quanto manifestazione della volontà di Dio. La differenza principale è che il «Mandato del Cielo» consentiva la detronizzazione del sovrano ingiusto. In entrambi i sistemi la ribellione era considerata ingiusta, ma nel pensiero cinese, una rivolta contro il tiranno che fosse coronata da successo era considerata una prova che il «Mandato del Cielo» era passato in altre mani.

Poiché si credeva che l’imperatore avesse ricevuto il suo mandato a governare direttamente dal Cielo, l’astronomia divenne rapidamente una scienza strategica in Cina. La responsabilità principale del potere politico era quella di mantenere la Terra in armonia con il Cielo: ecco che lo studio del cielo diventava un mezzo importante per “scrutare” la volontà del Cielo ed interpretare i segnali positivi e negativi che dall’alto venivano inviati in risposta all’operato dell’imperatore.

Nella maggioranza delle culture il proprio destino può essere conosciuto per tramite di uno sciamano, un profeta, una sibilla o un veggente, cioè mediante la divinazione. Contrariamente a società come la nostra, dove la divinazione è un fenomeno marginale, nella società cinese antica costituiva una procedura normale nella pratica del diritto, della medicina e della vita quotidiana.

Si credeva infatti che i segni celesti avvertissero che tale o talaltro evento, di solito calamità naturali, si sarebbe presto compiuto, e venivano considerati come una ricompensa o un castigo del Cielo per le azioni dell’uomo sulla terra. Ed essendo l’attività umana regolata dal governo dell’imperatore, i presagi che derivavano dalla osservazione dei corpi celesti e dei fenomeni ad essi connessi rivelavano la qualità del regime imperiale. In conseguenza a questa necessità, nell’ambito imperiale vennero istituiti gruppi speciali di funzionari (astronomi, astrologi, meteorologi) con il compito di osservare il cielo e di registrare tutti i fenomeni astronomici ed i “segni” celesti.

Ma al di là della divinazione orientata a scrutare quanto l’imperatore fosse “allineato” con il suo Destino, si diffuse rapidamente nella Cina antica l’arte della divinazione individuale: i maestri del feng shui si proponevano di rispondere alle seguenti domande:

Un individuo è in grado di controllare il suo destino?

In che misura l’anno, il mese, il giorno e l’ora di nascita influiscono sul destino di una persona?

Chi nasce in un momento propizio potrà contare su una buona sorte e viceversa, chi nasce in un momento infausto dovrà attendersi una vita misera?

  

Massimo Ciccotti