CRISI DI UNA NOBILE PROFESSIONE

Lo sviluppo della professione legale, a partire dalla fine della guerra mondiale fino ai nostri giorni, ha subito una trasformazione profonda e di non poco rilievo. Già dagli anni 40-50 fino alla seconda metà degli anni 60, l’avvocato era visto come un notabile socialmente accreditato, sostenuto da una cultura classica ed umanistica, dove le sue arringhe erano forbite da significative citazioni letterarie e le sue comparse arricchite e piene di brocardi latini. L’avvocato imponeva, nel processo, la propria spiccata personalità trasformandola in una vera lezione e solo lui regnava sovrano. Già verso la fine degli anni 60, però, questo modello entrava in crisi in quanto il tecnicismo giuridico prendeva il posto di quelle forbite espressioni immaginifiche e per gli avvocati, un’evoluzione positiva, veniva resa vana e difficile dalla sempre più insistente burocratizzazione dell’apparato giudiziario e dal peggiorato funzionamento dello stesso.

A fronte di questo, la crisi professionale di quegli anni 60 si faceva sempre più reale che circa un terzo degli avvocati avrebbe volentieri lasciato la toga in cambio di un impiego modesto e di media remunerazione sempre più convinti che la professione aveva perduto prestigio e che il rapporto con i giudici era di scarso interesse e non più soddisfacente.

Fortunatamente lo sbocciare della ripresa economica ed industriale ebbe come riflesso immediato un forte aumento delle cause ed un incremento del lavoro giudiziario legato alla vivace e rilevante conflittualità che attenuò la crisi dell’avvocatura. Tutto questo portò alla nascita di numerosi avvocati ma anche alla crescita di altre professioni che erano più agili e più vicine alle imprese, quali i dottori commercialisti che, attraverso l’assistenza data al cliente nel delicato settore delle imposte, riusciva a stabilire con le imprese rapporti organici di consulenza e di contrattualià, lasciando all’avvocato solo il settore giurisdizionale che per lunghezza, aleatorietà e carico di spese gravava negativamente sulla professione forense.

A questi fattori certo non favorevoli ed all’aumento abnorme del numero degli avvocati, la professione diventava, negli ultimi decenni del XX secolo, una sorta di parcheggio per individui aventi in origini altre aspirazioni (per esempio entrare in magistratura, fare il notaio, avere un posto nel sistema amministrativo pubblico, tentare la carriera universitaria, ecc.).

La crisi economica scoppiata nel 2008, l’allungamento dei tempi giudiziari per la definizione delle cause, l’aumento smisurato delle spese giudiziarie, ha inferto alla professione forense un colpo molto pesante, tanto che la stessa si è vista prosciugare la liquidità necessaria per pagarne i costi. La professione di avvocato in Italia, dunque, sta diventando un problema nazionale, la soluzione del quale si rivela ogni giorno più difficile. Per salvare tale professione occorrerebbe dare agli avvocati una base operativa più forte e più allargata cioè, attribuire agli stessi nuovi compiti, nuovi campi di lavoro più estesi rispetto a quelli tradizionali. Si potrebbe, per esempio, affidare agli avvocati l’emissione dei decreti ingiuntivi, le convalide di sfratto per morosità, gli accertamenti tecnico preventivi, le procedure esecutive ed altro. Il trasferimento di uno solo dei settori innanzi elencati amplierebbe sensibilmente il campo di lavoro degli avvocati e determinerebbe un notevole alleggerimento del lavoro dei giudici e delle cancellerie sempre più oberate.

Queste sono, in sintesi, idee semplici e di facile attuazione che possono essere effettuate attraverso modeste modifiche legislative riguardanti il codice di procedura civile. Basta solo volerlo….!!!!

                                                                                       Avv. Giuseppe Forgione