Breve focus circa le dichiarazioni di nullità matrimoniale alla luce della Riforma di Papa Francesco.

Molto allarmismo ha suscitato dalla sua uscita l’8 settembre del 2015, il motu proprio (proprio dell’autorità emittente ovvero il Romano Pontefice) Mitis Iudex Dominus Iesus (dalle prime lettere del documento: Mite giudice il Signore Gesù Cristo) circa le dichiarazioni di nullità di matrimonio nel diritto canonico. Motivo principale? Il superamento del principio secolare della necessità della cd. “doppia conforme” (sottinteso: sentenza) in materia di nullità matrimoniale. In altri termini, la dichiarazione di nullità matrimoniale, per la gravità del pronunciamento, deve essere comprovata da un ulteriore giudicato conforme al primo (in genere dinanzi al supremo tribunale della Rota Romana, un tempo Sacra Rota). Ora questo non rappresenta più un principio assoluto in materia di dichiarazione di nullità matrimoniale.

Procediamo con ordine.

Il testo del motu proprio, incide particolarmente sulla 3a parte del libro VII del CIC-1983 (ovvero il codice di diritto canonico attuale per l’universa chiesa latina; gli Orientali fanno riferimento al codice dei canoni per le Chiese orientali, il CCEO-1990). Ricordiamo anche che il codice di diritto canonico consta di sette libri ed il settimo è appunto quello sui processi canonici. Non a caso questa terza parte è intitolata: «alcuni processi speciali». Fra i processi speciali vi è in primo luogo quello matrimoniale. Sappiamo benissimo che il matrimonio è un sacramento e che in quanto tale non si può cancellare o annullare. Ma ben potrebbero esser mancati, all’atto della celebrazione, uno o più elementi essenziali che potrebbero aver viziato l’intero patto matrimoniale. Il matrimonio infatti, alla luce del Concilio, è –secondo il can. 1055 del CIC-1983 - «matrimoniale foedus» (patto matrimoniale, categoria profondamente biblica), con cui l’uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita (consortium totius vitae). Si tratta di fattispecie importantissime che incidono sulla vita dei coniugi. Il Codice con una disamina classica sui condizioni avversative nei confronti del patto matrimoniale e parla di “impedimenti dirimenti” (dal can. 1073 in generale e dal 1083 nello specifico: es. difetto di età, impotentia coeundi, vincolo di precedente matrimonio…). Come suggerisce la terminologia, gli impedimenti, rendono inabile la persona a contrarre il matrimonio. Ora per il rilievo processuale di queste fattispecie, è necessario: adire il tribunale competente territorialmente, istruire un processo, avere la garanzia del difensore del vincolo, procedere ad accurata istruttoria…per alla fine produrre il risultato dell’atto detto «sentenza». Ora in una materia così cardinale, una sola sentenza parve da tempo insufficiente e iniqua. In altri termini, la Chiesa ha seguito il principio del doppio se non triplo grado processuale per una dichiarazione definitiva in materia di nullità matrimoniale. Ora alcune note: nella Chiesa il giudice supremo è il Romano Pontefice che si serve naturalmente dell’ausilio di particolari tribunali. In particolare nel nostro caso, la Rota Romana è competente per la suddetta materia matrimoniale. Ma essendo un tribunale unico e centrale (sito attualmente in piazza della Cancelleria, 1, 00186-Roma) ha i suoi tempi ed nel recente passato anche i suoi costi. La sensibilità giuridica di papa Benedetto XVI, che suole ripetere: Il diritto non può essere ridotto ad un mero insieme di regole positive che i tribunali sono chiamati ad applicare (cfr. Discorso alla Rota Romana, 26.01.2008)[1] e al presente di papa Francesco, hanno calmierato le spese e aperto la strada veramente a tutti coloro che intendono far valere la giusta pretesa di infondatezza del vincolo matrimoniale, che se ingiusto e viziato non può più essere un vincolo!

 Occorre ammettere che un diritto esercitabile solo con dispendi economici e con tempi considerevolmente lunghi, perde molto del suo carattere di garanzia di giustizia.

 Il m.p. Mitis Iudex va proprio ad incoraggiare la tutela del diritto, la concordia delle parti (non si può accedere senza congiunta richiesta dei coniugi!) e la celerità processuale. Si apre la possibilità di un processo brevior o breviore davanti al giudice-Vescovo diocesano a patto che la richiesta sia congiunta da parte dei due coniugi e la fattispecie di nullità palesemente evidente. L’appello alla Rota Romana è mantenuto e certamente il vincolo fra le diocesi e la sede petrina viene rafforzato. Ma come ogni novità positiva, richiede il suo tempo di attuazione e gli operatori del diritto non possono essere immobili.

Il processo brevior è una possibilità non un obbligo. Ma una possibilità carica di carità pastorale concreta, a ben intendere. Di contro, in sintesi: il motu proprio va ancora verificato nella prassi. Il pericolo di lassismo contro l’indissolubiltà matrimoniale è un rischio. Il boom delle richieste per il processo brevior non si è registrato. La Rota Romana non è esautorata nel modo più assoluto. Di norma il tribunale, eccetto casi gravi non può essere monocratico. I Vescovi sono fortemente spronati ad esercitare il munus giudiziario, oltre quello legislativo e amministrativo. Non a caso il giudice costituito è il Vescovo che in forza del suo ufficio pastorale è garante dell’unità cattolica nella fede e nella disciplina. Il cardine resta il can. 1752 (ultimo canone del Codice, in realtà concernente il trasferimento dei parroci) con il suo: salus animarum suprema lex Ecclesiae.

Grazie dell’attenzione!

don Andrea Ciervo